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(dipinto di Marina Bellazzi)
Il lamento è come una droga: per un attimo di piacere-quello di sfogarci e sentirci compatiti- ci roviniamo la vita.
Tutti noi abbiamo bisogno di sentire qualcuno vicino nel dolore e nelle difficoltà, e non c’è nulla di negativo nel confidarsi con una persona cara o con un terapeuta. Tenere tutto dentro di sé fa ammalare, o nel migliore dei casi, ci fa chiudere al mondo. Quindi bene un bello sfogo, tante lagrime, una spalla su cui piangere, cioccolato…
e poi un po’ doloranti, girare pagina e ricominciare.
Cadere capita a tutti. La questione è rialzarsi con tenerezza verso noi stesse, dandoci tempi lunghi, il tempo di cui abbiamo bisogno, senza però indulgere in un’eccessiva autocommiserazione.
Perché quello che ci fa male è la ripetizione. Continuare a parlare di quello che è successo con ‘frasi-trappola’ come:
“Perchè proprio a me?”
“Sono sempre sfortunata”
“A me va tutto male”
“Non c’è niente di bello per me in questa vita”
“Io non vado mai bene”
“Tutti mi abbandonano/feriscono/ tradiscono”
“Sono troppo vecchia per”
“Ormai il meglio della vita è passato”
La verità è che furia di ripetere frasi del genere condizioniamo il cervello a rimetterci-inconsciamente- nella stessa situazione della quale ci stiamo lamentando. Più ci lamentiamo di essere sempre lasciate, di non riuscire a trovare la persona giusta, il lavoro giusto etc. più succede.
Come è possibile tutto questo? La spiegazione deriva da una funzione del cervello, trovata relativamente da pochi anni, che si chiama neuroplasticità. È la capacità che ha il nostro cervello di modificarsi continuamente in risposta a stimoli cognitivi, quindi anche le parole che diciamo o che ascoltiamo.
Un tempo si credeva che la struttura cerebrale, una volta raggiunta l’età matura, non potesse più evolversi, ma gli studi sulla neuroplasticità hanno rivelato che per tutta la vita il cervello può formare nuove cellule e creare nuovi percorsi neuronali. Quindi noi possiamo “plasmare” il nostro cervello e incidere dentro di lui dei modi di pensare che si riflettono nel nostro modo di agire. Cosi condizioniamo la nostra realtà , spesso senza rendercene conto.
I saggi ne hanno sempre parlato. Nel suo bel libro Una realtà separata Carlos Castaneda scrive:
“Il mondo è come diciamo a noi stessi che è. Se cessassimo di dire a noi stessi ‘il mondo è così e così’, il mondo cesserebbe di essere così e così. Ora ti spiego di che cosa parliamo a noi stessi. Parliamo del nostro mondo. Di fatto manteniamo il nostro mondo con il nostro discorso interiore…Non solo. Mentre parliamo a noi stessi, scegliamo i nostri sentieri. Perciò ripetiamo continuamente le nostre scelte…”
Il grande Guru indiano Paramhansa Yogananda ha parlato di veri e propri solchi che si formano nel cervello e che si approfondiscono sempre di più, ogni volta che noi ripetiamo un determinato pensiero, comportamento o una certa frase, positiva o negativa.
Difficile assumersi completamente la responsabilità della propria vita. E non tutto quello che accade nella vita dipende a noi. Ma dipende da noi come reagiamo. Le parole che diciamo inviano un impulso all’attività elettrica del cervello, e nel tempo si crea un engramma: la rappresentazione neuronale di una memoria. L’engramma ci condiziona in modo conscio e inconscio. Per esempio, se continuamo a dirci “a me va tutto male” guideremo la macchina più distrattamente, e forse avremo un incidente. Non prenderemo le opportune informazioni prima di firmare un contratto. Ci lasceremo attrarre da uomini sbagliati.
Un'altra cosa sbagliata del lamento è che non ci fa cercare soluzioni … “tanto è tutto inutile”.
Niente è inutile se noi non vogliamo che lo sia. Possiamo allenarci a pensare e a pronunciare frasi diverse, piene d’amore e compassione verso noi stesse ma nello stesso tempo proattive. Frasi che ci liberano invece che incastrarci nel ruolo di vittima.
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